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Black lives matter Roma contro razzismo. Foto © Eleonora Camilli

Da Genova a Trento i presidi sui territori stanno iniziando a lavorare per il riconoscimento delle discriminazioni secondo la prospettiva nuova dell’approccio nato negli Stati Uniti negli anni ‘80. Ma lo scoglio è il riconoscimento giuridico. Difficile anche l’affermazione nel lavoro sociale

ROMA – La prima volta che Amal (nome di fantasia) ha chiesto aiuto è stato per una firma mancante sul passaporto dei figli. Si era allontanata da casa dopo l’ennesima lite in cui, come sempre, non erano mancate le botte. Ma la sua fuga da un marito violento era ostacolata da una firma sui documenti. Come tante donne straniere sapeva bene che anche il suo permesso di soggiorno, e quindi la sua possibilità di restare in Italia, era legata a doppio filo a quella relazione violenta. Cosa fare, dunque? Dichiarando la sua posizione alle autorità rischiava di essere allontanata dai bambini? Disperata, Amal aveva seguito il consiglio di un’amica: rivolgersi a uno sportello che aiuta le donne in difficoltà. E così, imboccato uno dei carruggi di Genova, si decise ad andare. “Quando è arrivata da noi ci ha spiegato il problema con i documenti, non aveva ancora un provvedimento del giudice che certificasse la violenza del marito e così non riusciva a sbloccare la situazione – spiega Serena Ospazi, coordinatrice degli sportelli di cittadinanza di Arci solidarietà Genova -. La abbiamo aiutata inizialmente per l’accesso alla burocrazia, da sola in questura aveva avuto diverse difficoltà, così ci siamo occupati della mediazione. Dal problema iniziale sui documenti sono poi emerse una serie di problematiche che riguardano diversi aspetti della vita quotidiana. Da ultimo l’accesso al lavoro: Amal è musulmana e porta il velo. Ci ha raccontato di aver sostenuto colloqui col titolare di un negozio che le ha detto di non poter stare in pubblico così. O toglieva l’hijab o niente. E ovviamente ha dovuto rinunciare”.

Discriminazioni multiple, spesso intrecciate tra loro, ma difficili da denunciare o anche solo da riconoscere. Secondo i dati delle associazioni che lavorano sulla tutela dei diritti quello di Amal non è un caso isolato: a essere coinvolte sono spesso donne straniere, ma anche persone con disabilità, appartenenti alla comunità lgbtq o chiunque si trovi in situazione di fragilità sociale. E sono proprio i presidi sul territorio a fare luce sulle storie di ordinaria discriminazione. “La nostra esperienza è nata dagli sportelli antidiscriminazione razziale – spiega ancora Ospazi -. Su Genova e in altre città della Liguria siamo conosciuti da tempo nella comunità dei migranti e questo rapporto di fiducia rende più semplice rivolgersi a noi che ad altri. Frequentemente ci troviamo a intervenire sulla discriminazione amministrativa e sul mancato accesso ai servizi. Il lavoro che facciamo non è solo di accompagnamento per la risoluzione dei problemi, ma anche di ascolto e prevenzione. Abbiamo seguito per esempio diversi casi di richiedenti asilo omosessuali, discriminati fin dal paese di origine e che una volta in Italia non vengono creduti dalla Commissione che deve decidere sulla loro richiesta di protezione. Questo crea una serie di difficoltà di vita anche nelle comunità in cui sono accolti. Spesso hanno paura persino di raccontare la loro storia”. In rete coi servizi antiviolenza, negli ultimi anni gli sportelli antidiscriminazione razziale hanno iniziato a lavorare per far emergere una riflessione su tutte queste discriminazione guardando all’ intersezionalità: l’approccio che considera la molteplicità degli aspetti che compongono un’identità e i modi in cui questi si intrecciano creando particolari situazioni di svantaggio o di privilegio in un determinato contesto sociale. Così sui territori le associazioni hanno iniziato a scambiare pratiche e modalità di intervento.

A Trento lo sportello antidiscriminazione è nato dalla richiesta dal basso di un gruppo di cittadini che si sono imbattuti in esperienze discriminatorie. “Fin dall’inizio lo sportello ha cercato di applicare l’approccio intersezionale in 4 ambiti: supporto alle vittime, raccolta di segnalazioni, monitoraggio e sensibilizzazione – spiega Giorgia De Carli responsabile dello sportello sostenuto dal progetto Ingrid. Per noi questo è l’approccio con cui lavorare: cerchiamo di cogliere le molteplici sfumature nei casi di discriminazione e portiamo questa metodologia anche nella progettazione degli interventi di aiuto. Siamo ormai una presenza visibile sul territorio, con il gruppo di volontari e volontarie lavoriamo molto online e telefonicamente per raggiungere un target sempre più vasto”.

E le segnalazioni che arrivano sono di tutte le tipologie. “Abbiamo spesso forme di discriminazione sul lavoro, che riguardano soprattutto le donne; storie di ragazzi di origine straniera a cui viene negato l’accesso a locali pubblici per il colore della pelle. Un caso ha riguardato una ragazza accusata ingiustamente di furto perché nel posto dove si trovava era sparita una giacca. Ecco noi proviamo a leggere queste storie con un occhio attento e multilivello. Sappiamo anche che esiste un sommerso molto ampio, di tante situazioni non abbiamo notizia. Il lavoro di rete con altre associazioni ci aiuta nel monitoraggio. A livello di metodo noi raccogliamo una segnalazione, ci mettiamo in contatto con la vittima o con il testimone e cerchiamo di capire se si possa parlare effettivamente di discriminazione e di che tipo di discriminazione. Nella maggior parte dei casi però le persone non intraprendono un iter giuridico, ma si rivolgono a noi per parlare o per chiedere un supporto psicologico e sociale”.

Nato tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, il concetto di intersezionalità viene utilizzato per la prima volta dalla giurista afro-americana e attivista femminista Kimberlé Crenshaw. In Italia negli ultimi venti anni si è imposto soprattutto dal basso, attraverso i movimenti femministi e antirazzisti e nelle pratiche delle associazioni che si occupano di tutelare i diritti delle fasce più fragili della popolazione. Non esiste, invece, un riconoscimento giuridico del tema, così anche le denunce di discriminazione difficilmente possono avere un riconoscimento intersezionale. “Il diritto antidiscriminatorio in Italia è molto giovane anche se le sue radici affondano nei principi di uguaglianza presenti nella Costituzione – spiega Ilaria Valenzi, giurista della Fondazione Kessler -. Il diritto al lavoro è stata la prima branca che ha affrontato il tema in maniera più incisiva con i licenziamenti discriminatori. Ma il grosso nel nostro paese è arrivato sulla spinta delle  direttive europee. Ed è anche per questo che lo schema tipico è quello della valutazione delle singole tipologie di discriminazione, mentre non esiste nei termini di diritto una discriminazione intersezionale, cioè che prenda idealmente in considerazione la persona nella sua condizione olistica”.

Il problema in questo senso non è solo italiano ma europeo. “Ogni tanto la Corte europea emana qualche sentenza che fa pensare che ci possa essere uno spazio anche per un approccio di questo tipo – aggiunge Valenzi -. In generale, sia in Italia che in Europa si parla di discriminazioni multiple, ma non di come queste discriminazioni si intersecano tra loro. Mentre la discriminazione multipla è una classica discriminazione in cui i i fattori si sommano, quando parliamo di intersezionalità i fattori interagiscono. Siamo di fronte, cioè, a una discriminazione irripetibile e propria dei soggetti che la subiscono. Nel primo caso la discriminazione è più compresa e tutelata, soprattutto da un punto di vista giuridico. Nel secondo è più difficile avere un riconoscimento”. Secondo Valenzi la ragione della scarsa tutela non risiede solo nella mancata conoscenza del tema, ma anche perché in sede giudiziaria  “avvocate e avvocati scelgono spesso una linea di difesa che metta in evidenza punti di forza per il ricorso. E quindi tendono a far riconoscere il livello di discriminazione più alto anche quando la persona ne ha subiti altri. E’ un comportamento giustificato per la tutela, però, al contempo non rende mai evidenziabile questa categoria che dunque resta occulta”.

Da un punto di vista dell’intervento sociale, invece, anche in Italia qualche passo avanti è stato fatto: “l’approccio intersezionale può essere uno strumento per comprendere casi e storie – aggiunge Valeria Fabretti, ricercatrice presso la fondazione Bruno Kessler -. Un primo problema per lo sviluppo dell’approccio intersezionale è legato alla consistenza dei dati: l’Unar (Ufficio anti discriminazione razziale) ha recentemente mostrato interesse per l’intersezionalità ma siamo lontani da una vera mappatura dei casi”. Anche rispetto alle organizzazioni che lavorano nel sociale ci sono criticità: “non molte hanno maturato la consapevolezza che lavorare  in chiave intersezionale significa non solo considerare più dimensioni del soggetto che chiede aiuto ma anche cogliere la specificità della sua situazione dovuta alla sovrapposizione di queste sue molte identità e condizioni. Per questo il lavoro che va fatto è sulla formazione degli operatori: bisogna de-costruire approcci settoriali e lavorare sulla cooperazione tra segmenti, settori e servizi. Solo una coalizione tra prospettive può mettere a fuoco il problema. Importante è quindi il  lavoro di rete. Non basta fare progetti insieme ma serve una contaminazione professionale, uno scambio all’interno delle équipe”.

Autrice: Eleonora Camilli

Questo articolo è parte della collaborazione con Redattore sociale nell’ambito del progetto Ingrid. L’articolo è stato pubblicato su Redattore sociale il 30 settembre 2022. Copyright © Redattore sociale, tutti i diritti riservati.

Published On: 30 Settembre 2022Categories: Approfondimenti, Evidenza, Informazione & advocacyTags: ,