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Nebojša Cvetković, "Born Equal / TheGreats.com (CC-BY-NC-SA)

Come vengono applicate le leggi antidiscriminazione in Grecia? Si tutela chi resta ai margini? La parità di trattamento vale solo per i cittadini europei? La società è pronta per contrastare le discriminazioni intersezionali? Un’analisi

24/10/2022 –  Elli Zotou

(Pubblicato originariamente da MIIR  il 17 ottobre 2022)

Una donna rom disoccupata e disabile o un rifugiato musulmano transgender. Quanti strati di esclusione e discriminazione si possono racchiudere in queste poche parole?

Quante leggi si dovrebbero invocare in una semplice interazione tra questi due cittadini e un servizio pubblico o un’azienda privata per ottenere lo stesso trattamento di un cittadino europeo bianco e benestante? Forse per uno studente di legge è difficile rispondere a questa domanda. Ma nel contesto di un’Europa in cui i cittadini hanno visto le loro vite diventare sempre più difficili nell’ultimo decennio, e in cui dopo due anni di pandemia si ritrovano davanti ad un inverno senza riscaldamento o elettricità, il dibattito sull’antidiscriminazione si complica. E va oltre le leggi.

In Grecia, l’attuazione delle norme antidiscriminazione è supervisionata dall’Ombudperson. Ogni anno pubblica un rapporto speciale sulla parità di trattamento, in accordo con le leggi 3896/2010 e 4443/2016, oltre alla recente 4808/2021, che incorporano le direttive europee.

La metà delle segnalazioni riguarda discriminazioni nei confronti delle donne

L’ultima relazione dell’Ombudsman, relativa al 2021, ha registrato 1.054 denunce, l’11% in più rispetto al 2020. Di queste, il 49% riguarda discriminazioni di genere, mentre il 25% riguarda la disabilità o condizioni croniche, il 12% lo stato civile, il 4% l’età, il 3% l’origine nazionale o etnica, il 3% lo status sociale, il 2% le convinzioni religiose o di altro tipo, l’1% le discriminazioni razziali o dovute al colore della pelle e l’1% l’orientamento sessuale, l’identità o altre caratteristiche di genere.

È interessante notare che la maggior parte delle discriminazioni di genere sono state subite da donne lavoratrici con figli. Ciò avviene in un momento in cui gli ambienti conservatori e di destra mettono in discussione il diritto delle donne a controllare il proprio corpo, con la motivazione di “proteggere la vita del nascituro”.

“In un periodo di cinque anni, il 50% delle relazioni ricevute annualmente dall’Ombudsperson […] riguarda questioni di discriminazione tra uomini e donne”, riferisce Kalliopi Lykovardi, assistente dell’Ombudsperson sui temi dell’antidiscriminazione. “Abbiamo assistito – continua – a un costante aumento annuale delle segnalazioni su questioni di discriminazione legate alla disabilità, ma anche a un graduale aumento delle discriminazioni basate sullo stato civile – ad esempio, un trattamento diverso se una persona è in unione civile piuttosto che sposata, o se è un genitore single, o un genitore affidatario. Al contrario, vi è una costante sotto-segnalazione di questioni relative all’origine etnica o razziale, al credo religioso, all’orientamento sessuale, all’identità o alle caratteristiche di genere”.

Nel caso di persone rom e rifugiate, dove la motivazione della discriminazione è l’origine etnica o razziale, ciò che l’ufficio dell’Ombudsperson cerca di evidenziare sono i problemi strutturali sottostanti e la particolare vulnerabilità di questo gruppo di popolazione. “Le disuguaglianze e l’esclusione sociale dei rom sono estremamente complesse e difficili da risolvere”, continua Lykovardi. […] “Un cocktail esplosivo è creato dalla confluenza di diverse identità nella stessa persona, come donna rom, donna rifugiata, rifugiato LGBT+, rifugiato con disabilità, eccetera, dove il potenziale di discriminazione multipla e intersezionale è sempre presente e agisce come un’aggravante”.

Le discriminazioni basate sull’origine etnica e sull’orientamento sessuale sono sottorappresentate

Le leggi sulla discriminazione in Grecia derivano dal diritto dell’Unione europea. Queste norme sembrano essere più un tentativo di trasferire le norme europee che di adattarle alle esigenze e ai dati della realtà greca. Un grosso problema in Grecia è la mancanza di dati ufficiali. Questo influisce sia sulla progettazione che sull’attuazione delle politiche e delle leggi.

“È ovvio che questo rende più difficile anche il lavoro dell’Ombudman”, commenta Lykovardi. “Le politiche per le persone rom non possono essere efficaci se non si conosce il loro numero esatto o il numero di singoli gruppi, ad esempio le persone rom con disabilità. La legislazione stabilisce un quadro di protezione e questo è positivo. È un punto di partenza per ulteriori sviluppi e graduali miglioramenti”.

Allo stesso tempo, il quadro attuale presenta problemi di attuazione. Il principale è il cosiddetto “under reporting”. “Si può notare un’evidente discrepanza tra le discriminazioni reali e il numero di segnalazioni, che sono pari a 1.000 all’anno”, riconosce Lykovardi. “Ciò riguarda soprattutto alcuni casi come la discriminazione per origine etnica o razziale e l’orientamento sessuale. Sappiamo empiricamente che le discriminazioni subite da queste persone sono molto più numerose di quelle registrate in termini di denunce”.

Un altro aspetto rilevante è la questione della tutela giudiziaria e dell’accesso alla giustizia, dove i costi sono elevati. L’assistenza legale non è sempre adeguata e spesso richiede tempi lunghi. In ultima analisi, è inefficace.

“La giustizia potrebbe fornire risposte a molte domande”, sottolinea Lykovardi. “Ma la via legale non è sempre facile. Il divario di comunicazione tra le vittime e le istituzioni competenti è ampio. È qui che le istituzioni stesse e le organizzazioni della società civile devono dare il loro contributo. Se non riusciamo a cogliere il razzismo e la discriminazione istituzionali e strutturali, abbiamo mancato l’obiettivo. La protezione individuale e la riabilitazione della vittima sono importanti e vanno perseguite in ogni modo”.

Si fa poco per contrastare le discriminazioni contro i rom

Andreas Takis è presidente dell’Unione ellenica per i diritti umani e professore aggiunto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Aristotele di Salonicco. È stato segretario generale per le politiche di immigrazione del ministero dell’Interno (2009-2011), assistente dell’Ombudsperson, responsabile del Circolo per i diritti umani (2003-2009). Rispetto all’implementazione delle politiche anti-discriminazione in Grecia, Takis sottolinea che “la legislazione presenta alcuni problemi perché non è da dare per scontato il fatto che le discriminazioni riguardino pratiche quotidiane che vanno al di là del controllo dell’Ombudsperson che tra l’altro non ha una funzione coercitiva, ma consultiva. Inoltre, abbiamo un numero enorme di discriminazioni quotidiane che si intrecciano tra loro ed escludono interi gruppi, come nel caso dei rom. Da anni si parla molto – anche se viene regolarmente messo in discussione a livello europeo soprattutto dai paesi che hanno comunità rom molto consistenti – di arrivare finalmente a una nuova direttiva UE che migliori le norme esistenti per quanto riguarda la protezione dei rom in Europa”.

Purtroppo, data la precarietà del nostro tempo, le tensioni stanno aumentando. Le istituzioni che amministrano la vita quotidiana, come la polizia, adottano spesso comportamenti discriminatori.

Ma non tutto va nella direzione sbagliata. Takis ricorda lo sforzo nell’avanzare con la legislazione in altri settori, come quello dei gruppi LGBTQ: “Nel nostro paese ci si è concentrati sulla questione emblematica delle unioni civili”, sottolinea.

Discriminazioni contro i non europei

C’è un’altra enorme lacuna nella legislazione europea. L’idea di combattere la discriminazione nell’UE – che è concepita come un unico spazio di giustizia, sicurezza e libertà –  si fa solennemente riferimento ai diritti umani, alla parità di trattamento. Ma in realtà il concetto riguarda solo la libera circolazione delle persone all’interno dello spazio europeo in quanto lavoratori.

“La questione è la parità di diritti per tutti coloro che vivono all’interno dell’UE, come soggetti di un mercato unico. Tuttavia, questo riguarda principalmente gli europei”, spiega Takis. “Non è chiaro come la parità di trattamento riguardi i cittadini di paesi terzi, i non europei. Questa è una questione cruciale, dato che da 20 anni viviamo con una migrazione di massa, sia sotto forma di rifugiati che di migrazione economica, e con molteplici forme di integrazione delle persone nel tessuto sociale dei paesi europei, soprattutto sulla base degli anni di residenza accumulati. Abbiamo persone che risiedono da 30 anni, 20, 10, 5 anni o pochi mesi. Da che momento in poi queste persone possono beneficiare della parità di trattamento promessa dalla legislazione europea? In pratica solo se diventano cittadini europei…”, sottolinea Takis.

Per tutti gli altri, si chiede Takis, “c’è un punto in cui il comportamento discriminatorio è qualcosa da combattere indipendentemente dal fatto che si sia europei o no, anche dal primo giorno in cui si arriva sul suolo europeo? Essere trattati in modo disumano dalla polizia perché ti hanno appena trovato a Evros, non è un qualcosa che ha a che fare con la discriminazione sulla base della razza o dell’origine o dell’etnia o della religione? Questo è il cuore di una questione difficile per l’Europa, se essere uno spazio di democrazia e libertà significhi qualcosa. Saranno temi caldi nei prossimi anni. Non sono ottimista”, conclude.

Necessaria la volontà politica

Per Dimitris Christopoulos, professore di Scienze politiche all’Università Panteion, ex presidente della Federazione internazionale per i diritti umani, in una società classista ci saranno sempre discriminazioni. “Alcuni sono sempre al di sotto di altri. A volte sulla base di un criterio di genere, in questi casi si escludono le donne”, commenta Christopoulos. “Poi sono entrati in scena nuovi gruppi, le minoranze. Tutti questi gruppi hanno le loro stratificazioni interne – ad esempio la donna rifugiata, la donna rom disoccupata. Caratteristiche multiple che si sovrappongono, creando una crosta di discriminazione praticamente impenetrabile. Per iniziare ad affrontare questo problema, non basta dire che abbiamo delle leggi. Ci vuole molta volontà politica, molto slancio ideale. Solo allora la società inizierà ad accettare che il ruolo di un governo eletto è quello di ridurre e attenuare le discriminazioni sociali”, conclude.